L´educatore e l´anziano

Poco tempo fa una mia ex compagna di università mi ha telefonato perchè voleva avere informazioni sul mondo dell’anziano e delle case di riposo. Ero molto felice, perchè solitamente chi vuole lavorare nel sociale non si interessa molto all´anzianitá, o se ne interessa per un periodo di tempo limitato. L’handicap, i bambini con differenti problematiche, gli adolescenti e il mondo dell’immigrazione, per citare alcuni esempi, riscuotono più successo.

Probabilmente questo flop dell’anziano è dovuto al fatto che non si riescono a vedere consistenti miglioramenti nel soggetto anziano, benché l’educatore o il pedagogista lo inseriscano in un buon progetto educativo. Questo è dovuto al fatto che la maggior parte degli anziani che si trovano a vivere nelle case di riposo hanno patologie degenerative, e quindi i margini di miglioramento sono inconsistenti; si tratta piuttosto di mantenimento, e a volte questo non basta, perché va bene amare il proprio lavoro, ma qualche volta ci si vuole togliere una soddisfazione e vedere che ciò che si sta facendo porta a qualcosa di evidente.

E questa necessità di evidenza è ricercata dell’operatore sociale anche per un altro motivo: molto spesso l’educatore sociale che lavora con l’anziano viene deriso dalle altre figure presenti in casa di riposo (medici, infermieri, ASA e OSS, e così via). Questo è dovuto al fatto che le persone solitamente non riescono a capire che utilità ci sia nell’avere un educatore “che faccia cantare gli anziani, organizzi feste, faccia altri giochini stupidi“. Pensano che il tutto possa essere fatto dalle associazioni di volontariato.

Benché i volontari siano una risorsa eccezionale, essi non hanno gli strumenti per analizzare il contesto e gli ospiti in modo dettagliato, e non hanno la capacità di interagire in modo professionale con le altre figure. Si deve essere consapevoli di cosa l’anziano è in grado di fare o non fare per mantere le sue autonomie (motoria, cognitiva, sociale); si deve essere consapevoli che l´anziano colpito da demenza non deve essere trattato con accondiscendenza, perché non sono bambini, ma percepiscono ancora la relatá che li circonda, solo in modo differente da prima; si deve essere consapevoli delle patologie, della storia di ciascun anziano, delle risorse a disposizione del reparto animazione, dei differenti ruoli che le persone rivestono, dei tempi medico – assistenziali; si deve essere consapevoli del fatto che la casa di riposo è un’istituzione, ed in quanto tale ha delle regole che si devono seguire, regole interne alla casa ed esterne (provinciali, regionali, nazionali).

In Italia l’anziano è nascosto agli occhi della città, perché ci si sente colpevoli del fatto che si rinchiuda i proprio cari in quel genere di istituzioni, ed anche perché la malattia spaventa e la gente non ama vederla sotto i propri occhi quando va a fare la spesa o una passeggiata. Nel nostro paese manca una cultura dell’anziano, e questo si rispecchia nel tipo di case di riposo che abbiamo sul territorio. Io posso parlare solo per la zona di Bergamo e provincia; so che in altre regioni hanno avviato, già molti anni fa, differenti tipologie di servizi e hanno sviluppato una differente sensibilità nei confronti dell’anziano.

Qui di seguito riporto la mail mandata alla mia amica. E’ solo la punta dell’iceberg, ma spero che qualche educatore o pedagogista o operatore del sociale lo legga, e magari decida di tentare l’avventura nel terreno dell’anzinità.

Ciao ciao!=)

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